Nel XV secolo, mentre l’Europa cristiana si dibatteva nelle convulsioni della tarda età medioevale — guerre, pestilenze, scismi e decadenza morale del clero — sorsero uomini di fuoco, decisi a riaccendere la fiamma della fede. Tra loro, san Giovanni da Capestrano, sacerdote francescano, giurista divenuto predicatore itinerante, apostolo della riforma della Chiesa ed eroe della cristianità di fronte all’Impero ottomano. Canonizzato nel 1690 da papa Alessandro VIII, incarna il modello del monaco-soldato, non con armi materiali ma con la predicazione e il fervore, che radunano popoli e re attorno alla difesa del cristianesimo.
Nato a Capestrano, negli Abruzzi, nel 1386, Giovanni da Capestrano fu insieme erudito, diplomatico, giurista, riformatore, predicatore e guida spirituale degli eserciti cristiani. La sua vita, lunga e intensa, testimonia un impegno totale per Cristo, attraverso la penitenza, la parola e l’azione.

San Giovanni da Capestrano sul sito relics.es
Le origini e la giovinezza di un giurista
Giovanni nacque a Capestrano, piccola città fortificata degli Abruzzi, allora nel regno di Napoli. Suo padre, un barone tedesco giunto in Italia al servizio del re, morì quando Giovanni era ancora bambino. Sua madre, italiana, vegliò sulla sua educazione e gli fece impartire una formazione accurata, centrata sulle lettere e sul diritto.
Fin da giovane Giovanni mostrò un intelletto pronto, notevole eloquenza e un acuto senso della giustizia. A diciassette anni partì per studiare diritto civile e canonico all’Università di Perugia, una delle più rinomate d’Italia. Vi fu notato dai professori, che lodavano la sua memoria e la sua logica. Dottore in legge nel 1412, fu nominato dal re Ladislao di Napoli giudice e governatore di Perugia.
A ventisei anni Giovanni sembrava destinato a una brillante carriera amministrativa e politica. Sposò una nobile vedova, ma questo matrimonio non fu mai consumato — la Provvidenza preparava per lui altri disegni.
Accadde allora un fatto decisivo: nel 1416, nel contesto delle guerre tra Perugia e la casa Malatesta, Giovanni fu fatto prigioniero e rinchiuso in una fortezza. Questa prigionia, da lui vissuta come un segno del cielo, fu la svolta della sua vita. Nel silenzio e nella meditazione comprese la vanità degli onori e decise di lasciare tutto per consacrarsi a Dio.
La conversione e l’ingresso tra i francescani
Una volta liberato, Giovanni rinunciò al suo incarico, ai suoi beni e al matrimonio non consumato. Si recò ad Assisi e bussò alla porta del convento dei Frati Minori dell’Osservanza, ramo riformato dell’Ordine francescano, fondato per tornare alla stretta povertà e al fervore degli inizi.
Sotto la guida del celebre san Bernardino da Siena, che presto conobbe e di cui divenne discepolo, Giovanni intraprese una rigorosa formazione spirituale. Emise la professione nel 1416, a trent’anni, e fu ordinato sacerdote pochi anni dopo.
La sua umiltà e disciplina colpivano quanti lo conoscevano. Lui, già magistrato e uomo di Stato, accettava con gioia i compiti più umili: spazzare il convento, mendicare il pane, servire i malati. Si imponeva lunghe ore di preghiera e di penitenza, dormiva poco, mangiava poco e non cercava che Cristo.
Ben presto però il suo intelletto e la sua eloquenza furono messi al servizio del Vangelo. Intorno al 1420 iniziò a predicare, dapprima nell’Italia centrale, poi in tutta la penisola. Rapidamente le folle accorsero ad ascoltarlo.
Il grande predicatore della riforma
San Giovanni da Capestrano fu uno dei più grandi predicatori del suo secolo. Percorse l’Europa a piedi, con il rozzo saio, portando sempre un crocifisso e una piccola tavoletta recante il nome di Gesù — simbolo caro al suo maestro san Bernardino da Siena.
La sua eloquenza era infuocata, diretta, piena di vigore. Denunciava senza mezzi termini la corruzione del clero, la cupidigia e i costumi dissoluti, e chiamava alla penitenza e alla confessione. Il suo stile, semplice e appassionato, toccava più i cuori che le menti. Le folle erano così numerose che spesso doveva predicare nelle piazze o dai tetti delle chiese.
I frutti della sua predicazione furono immensi. In diverse città d’Italia — Napoli, Firenze, Milano, Venezia — furono adottate riforme locali: restituzione di beni illecitamente acquisiti, conversioni di massa, riconciliazione tra famiglie nemiche, distruzione di libri immorali o di oggetti superstiziosi.
Il suo zelo si accompagnava a un’attività diplomatica: inviato dai papi Martino V, Eugenio IV e Niccolò V, servì da mediatore tra Stati cristiani, cercando di ristabilire la pace tra i regni per unire le forze contro la minaccia turca.
Giovanni da Capestrano si adoperò anche per riformare l’Ordine francescano. A quel tempo, la tensione tra i “conventuali” (favorevoli a una certa attenuazione della regola di povertà) e gli “osservanti” (sostenitori del rigore assoluto) minacciava l’unità. Giovanni, pur sostenendo la riforma, lavorò per la concordia. Fu inviato più volte a Roma a difendere la causa del suo Ordine davanti al papa e al Concilio di Basilea.
Difensore della fede e inquisitore
Il suo ardore nel difendere la purezza della fede gli valse anche la nomina a inquisitore pontificio in varie province. Si oppose con vigore alle eresie del suo tempo, in particolare agli ussiti, seguaci di Jan Hus, che turbavano la Boemia e la Moravia.
Nel 1451 fu inviato da papa Niccolò V in missione nel Sacro Romano Impero, accompagnato da diversi frati francescani. La sua missione: combattere l’eresia, predicare la riforma e riconciliare i cristiani divisi.
Per sei anni percorse Baviera, Austria, Polonia e Ungheria, predicando nelle cattedrali e nelle piazze. Ovunque la gente accorreva per vederlo: i cronisti parlano di folle superiori alle centomila persone a Vienna e a Breslavia.
Le conversioni furono innumerevoli. Ripristinò la disciplina ecclesiastica, fece bruciare i libri ereticali e contribuì a riportare la pace religiosa in diverse regioni. La sua influenza su principi e prelati fu considerevole. Perfino gli imperatori ascoltavano i suoi consigli: Federico III lo consultò più volte.
L’apostolo della crociata contro i Turchi
Ma l’ora più celebre di san Giovanni da Capestrano giunse alla fine della sua vita.
Nel 1453, Costantinopoli cadde nelle mani dei turchi ottomani, guidati da Maometto II. La cristianità, attonita, temeva ormai l’invasione dell’Europa centrale.
Il papa Callisto III chiamò alla crociata, ma pochi risposero. Allora Giovanni da Capestrano, quasi settantenne, si mise in viaggio attraverso l’Ungheria per sollevare i popoli cristiani.
La sua eloquenza, il suo ardore e il suo prestigio operarono prodigi: migliaia di contadini, artigiani, monaci e persino nobili presero le armi sotto il suo stendardo, portando sui loro vessilli il nome di Gesù. Si alleò con il capitano ungherese Giovanni Hunyadi, grande generale ed eroe nazionale. Insieme marciarono verso Belgrado, che i turchi assediavano nel luglio del 1456.
La battaglia di Belgrado (1456)
L’assedio di Belgrado fu uno dei momenti decisivi della storia europea. Maometto II, con 150.000 uomini e un’artiglieria temibile, cinse d’assedio la città. Hunyadi disponeva di appena 30.000 combattenti, metà dei quali volontari mal armati, ma animati dalla fede.
In mezzo a loro, Giovanni da Capestrano, in abito e con il crocifisso in mano, andava di rango in rango, esortando i soldati, ascoltando i morenti, benedicendo le armi e cantando inni. La sua parola elettrizzava le truppe. Non impugnò la spada, ma la sua presenza valse più di ogni arma.
Il 22 luglio 1456, dopo diversi giorni di assalti, i cristiani lanciarono una audace controffensiva. Sospinti dal vecchio monaco, i volontari scavalcarono le mura e penetrarono nel campo nemico. Il panico si diffuse tra i turchi, che si ritirarono.
Fu una vittoria clamorosa, considerata un miracolo. Belgrado, chiave d’Ungheria e d’Europa, rimase cristiana. La notizia fece il giro della cristianità. Il papa ordinò che ogni giorno, a mezzogiorno, le campane di tutte le chiese suonassero per ricordare questa vittoria e invitare alla preghiera per la pace — consuetudine che perdura ancora oggi: l’Angelus di mezzogiorno.
Gli ultimi giorni
Ma il trionfo costò caro al santo. L’esercito cristiano, sfinito, fu colpito dalla peste. Hunyadi morì poco dopo. Giovanni, indebolito, rifiutò di abbandonare i malati. Continuò ad assisterli e a predicare finché si ammalò egli stesso.
Rese l’anima a Dio il 23 ottobre 1456, a Ilok (o Illok), sul Danubio, nell’odierna Croazia. Aveva settant’anni. Le sue ultime parole furono:
«Signore, mio Dio, nelle tue mani affido il mio spirito».
Fu sepolto nella chiesa dei Francescani di Ilok. Ben presto la sua tomba divenne luogo di pellegrinaggio. Si riportarono miracoli per sua intercessione.
Canonizzazione e culto
La fama di Giovanni da Capestrano si diffuse subito dopo la sua morte. L’Europa riconoscente lo venerò come il salvatore di Belgrado e difensore della fede. Nei regni d’Austria e d’Ungheria furono istituite processioni in suo onore.
Nel 1690, dopo un lungo processo di canonizzazione, papa Alessandro VIII lo dichiarò santo. La sua festa fu fissata al 23 ottobre, giorno della sua morte.
Il suo corpo, trasferito più volte a causa delle guerre, riposa oggi a Ilok, dove è tuttora venerato. I Francescani, in particolare il ramo degli Osservanti (poi i Recolletti e i Cappuccini), continuano a onorarlo come uno dei loro grandi riformatori.
Nel 1956, per il 500º anniversario della vittoria di Belgrado, papa Pio XII pubblicò una lettera apostolica ricordando il suo ruolo nella difesa della civiltà cristiana.
San Giovanni da Capestrano è oggi patrono dei cappellani militari, dei giuristi e dei missionari itineranti.
Profilo spirituale e dottrina
Un uomo di fuoco e di disciplina
Giovanni da Capestrano fu anzitutto un uomo di ferro e di preghiera. La sua vita austera e la fedeltà alla regola francescana lo resero un modello di rinuncia. Dormiva poco, mangiava un solo pasto frugale al giorno e portava un cilicio. Il suo rigore morale impressionava anche gli avversari.
La centralità del Nome di Gesù
Come san Bernardino da Siena, predicava con uno stendardo recante il monogramma IHS, simbolo del Nome di Gesù, che proponeva alla venerazione dei fedeli. In questo Nome vedeva la potenza che scaccia i demoni, guarisce le anime e unisce i cristiani.
Nei suoi sermoni diceva:
«Il Nome di Gesù è la luce dei predicatori, perché splende e insegna; è il miele nella bocca, la melodia nell’orecchio, la gioia nel cuore».
Un zelo missionario universale
Giovanni fu anche un apostolo itinerante, convinto che la predicazione diretta al popolo potesse convertire intere nazioni. Viaggiò instancabilmente a piedi per migliaia di chilometri, affrontando le intemperie, le malattie e talvolta le ostilità locali.
Il suo successo poggiava sulla fede incrollabile e sul carisma: parlava la lingua del popolo, intrecciando aneddoti, immagini bibliche e pressanti appelli alla conversione. Le sue prediche duravano talvolta tre ore, eppure nessuno se ne stancava.
Un riformatore della Chiesa
In un’epoca di decadenza spirituale, richiamò sacerdoti e monaci alla povertà, alla castità e alla fedeltà alla regola. Incoraggiò la formazione teologica del clero e la trasparenza nella gestione dei beni ecclesiastici.
La sua azione riformatrice, pur restando fedele a Roma, anticipò per certi aspetti la riforma cattolica del secolo successivo.
Il monaco-soldato
Infine, Giovanni da Capestrano incarna il monaco-soldato di Cristo. Senza mai versare sangue, guidò una crociata spirituale e morale. La sua vittoria di Belgrado non è soltanto militare: simboleggia la resistenza della fede di fronte alla paura e alla disperazione.
Per lui la guerra giusta era legittima solo quando difendeva la fede e gli innocenti. Esortava i soldati a confessarsi prima della battaglia e a combattere «non per la gloria, ma per amore di Cristo».
Eredità e attualità
A cinque secoli dalla sua morte, san Giovanni da Capestrano resta una figura attuale.
In un mondo in cui la fede si affievolisce e in cui corruzione e divisione minacciano ancora l’unità spirituale, il suo esempio ricorda la forza del coraggio, della parola e della preghiera.
Egli incarna il cattolicesimo militante, non nel senso della violenza, ma della convinzione ferma e gioiosa.
Ci insegna che la riforma della Chiesa comincia sempre dalla conversione personale e che la fede deve incarnarsi nell’azione.
Papa Francesco, in un’omelia del 23 ottobre 2019, evocò san Giovanni da Capestrano come modello di coerenza evangelica:
«Fu un uomo di verità e di coraggio, che non temette né i potenti né le folle. La sua forza veniva dalla preghiera e dalla povertà».
Ancora oggi il suo nome è portato da chiese, ordini e persino città — in particolare San Juan Capistrano in California — fondata da missionari francescani nel XVIII secolo, che ne perpetuano la memoria nel continente americano.
Conclusione
San Giovanni da Capestrano è uno di quei santi la cui vita riassume un intero secolo di lotta spirituale e di rinnovamento. Giurista divenuto monaco, diplomatico divenuto missionario, anziano divenuto capitano spirituale di una crociata: mostra che nessuna vocazione è perduta quando si mette al servizio di Cristo.
Il suo esempio ci insegna che la fede non è un ritiro dal mondo, ma una lotta interiore ed esteriore per la verità, la giustizia e la carità.
Dalla sua Italia natale alla pianura di Belgrado, dalle sue prediche fiammeggianti alla sua morte nell’umiltà, san Giovanni da Capestrano lasciò l’immagine di un uomo interamente consumato dall’amore di Dio.
Possiamo, alla sua scuola, ritrovare il coraggio di annunciare Cristo in un mondo che ne ha tanto bisogno.