San Benedetto da Norcia, padre del monachesimo occidentale
San Benedetto da Norcia occupa un posto singolare nella storia spirituale dell’Europa. Non è soltanto un santo tra gli altri, né un fondatore la cui opera avrebbe conosciuto una fioritura passeggera prima di spegnersi. È, in un certo senso, uno dei grandi architetti invisibili dell’Occidente cristiano. Con un’intuizione insieme semplice e geniale, ha dato al monachesimo una forma durevole, equilibrata, capace di attraversare i secoli senza dissolversi. La forza di Benedetto non risiede in discorsi spettacolari, né in una dottrina originale in senso teorico, ma in una sapienza incarnata, attenta all’uomo reale: ai suoi limiti e ai suoi slanci, alla sua stanchezza e alla sua sete di Dio. Bisogna guardarsi dal ridurre san Benedetto a un’immagine pia e immobile, quella di un monaco isolato che tiene un libro, come se la sua vita avesse riguardato soltanto i chiostri. L’eredità benedettina ha irradiato ben oltre i monasteri. Ha plasmato un modo di pregare, un modo di abitare il tempo, una certa dignità riconosciuta al lavoro, una concezione della comunità, un’arte di governare le anime senza schiacciarle. Nel cuore del tumulto dei tempi, Benedetto ha posto le fondamenta di un ordine interiore che, diffondendosi, ha contribuito a restaurare società rese fragili. Comprendere Benedetto significa comprendere come una vita nascosta possa diventare una forza di civiltà.

reliquia di san Benedetto da Norciae su relics.es
Il mondo di Benedetto e la chiamata del deserto
Un’epoca di rottura
Benedetto nasce verso il 480, a Norcia, in Umbria, in un’Italia che non è più l’Italia romana di ieri. L’Impero d’Occidente è crollato, le strutture politiche si sono capovolte, gli equilibri sociali si sono disfatti. Anche se la cultura romana resta presente, l’epoca è segnata da un’impressione di fine del mondo: non soltanto in senso drammatico, ma come fine di un mondo antico i cui punti di riferimento crollano. Le strade sono meno sicure, l’autorità si frammenta, le città si spopolano, le fortune si spostano, e la violenza non è mai lontana. In questo contesto, il cristianesimo si afferma come forza di coesione e di senso. Tuttavia, la fede stessa attraversa tensioni, conflitti dottrinali, rivalità d’influenza. La vita cristiana, divenuta largamente maggioritaria, non ha più il volto di una minoranza perseguitata, e questa normalizzazione pone una domanda spirituale decisiva: come vivere il Vangelo con radicalità in un mondo cristiano, senza cercare un eroismo vano, ma senza accontentarsi di una mediocrità comoda? Il monachesimo, nato in Oriente, aveva già proposto una risposta mediante il ritiro, l’ascesi, la solitudine e la preghiera. Ma bisognava ancora trovare una forma adatta all’Occidente.
La partenza da Roma
Giovane, Benedetto viene mandato a Roma per ricevere una formazione classica. Roma, tuttavia, non è più la Roma trionfante: è una capitale in declino, ancora splendida nei monumenti, ma attraversata dalla corruzione, dalle trame, dagli eccessi di una gioventù che la fragilità dei tempi rende talvolta cinica. La tradizione racconta che Benedetto, scosso da ciò che osserva, si allontana da questa vita e sceglie un’altra via. Questa scelta non deve essere intesa come un semplice disgusto moralistico. È più profonda. Benedetto percepisce che il cuore umano, lasciato a se stesso, si disperde. Intuisce che una vita senza centro, senza disciplina interiore, finisce per distruggere l’uomo. Il primo atto decisivo di Benedetto è dunque un ritiro. Lascia Roma non per odio verso la città, ma per salvare la sua anima. Non porta con sé un’ideologia contro il mondo. Cerca un luogo dove l’uomo possa tornare unificato, dove l’ascolto di Dio ridiventi possibile. La tradizione colloca un primo soggiorno a Enfide, poi un ritiro ancora più radicale: la solitudine di Subiaco.
Subiaco, la scuola del silenzio e della lotta interiore
La grotta e il combattimento spirituale
A Subiaco, Benedetto vive da eremita, ritirato in una grotta. Questa immagine, divenuta emblematica, non va romanticizzata. L’eremitaggio non è una parentesi poetica: è uno spogliamento. Nella solitudine, l’uomo non può più distrarsi da se stesso. Tutto ciò che è, tutto ciò che fugge, tutto ciò che desidera, riaffiora. La tradizione agiografica evoca combattimenti spirituali intensi, ed è verosimile che Benedetto abbia conosciuto, come tutti coloro che cercano Dio seriamente, un periodo di grande purificazione interiore. Questa esperienza è determinante per comprendere il seguito. Benedetto non costruirà una regola astratta nata da una speculazione. Edificherà una pedagogia nata dalla vita. Avrà imparato in se stesso ciò che la solitudine rivela: la fragilità del cuore, la forza delle passioni, l’orgoglio che può nascondersi nella volontà di perfezione, la stanchezza che insidia anche i migliori. Questa conoscenza concreta dell’uomo irrora tutta la sua sapienza.
Un irradiamento involontario
Progressivamente, Benedetto attira discepoli. È un tratto quasi costante nella storia spirituale: chi cerca Dio senza voler influenzare diventa, per la qualità della sua vita, un punto di attrazione. Benedetto fonda allora diverse piccole comunità attorno a Subiaco. Si racconta che fu persino chiamato a dirigere un gruppo di monaci, ma che l’esperienza andò male, tanto violenta può essere la resistenza a una disciplina vera. Questi episodi, li si legga come fatti precisi o come figure simboliche, rivelano una realtà: governare le anime non significa imporre durezza, ma aiutare uomini reali a crescere, talvolta contro la loro inerzia, talvolta contro le loro illusioni. È a Subiaco che prende forma poco a poco l’intuizione benedettina: una vita comunitaria ordinata, che non sia né anarchica né tirannica; un’ascesi misurata; una preghiera regolare; un quadro stabile. Mancavano ancora il luogo e la forma definitiva. Sarà Montecassino.
Montecassino, nascita di un modello durevole
Un monastero al crocevia del mondo
Verso il 529, Benedetto si stabilisce a Montecassino, su un’altura strategica tra Roma e Napoli. Il luogo non è una fuga in un deserto inaccessibile: è visibile, situato, quasi simbolico. Il monastero benedettino non ha vocazione di essere un rifugio clandestino; è una lampada sul monte, non per orgoglio, ma per la stabilità di una vita offerta a Dio. Montecassino diventa il laboratorio di una forma di vita che si stabilizza. Benedetto vi organizza la comunità, fissa ritmi, definisce responsabilità. È lì che redige la Regola, questo testo relativamente breve che diventerà uno degli scritti più influenti della storia europea. Spesso si è riassunta la Regola con la formula «Ora et labora», preghiera e lavoro, ma lo spirito benedettino è più ampio: è una visione unificata dell’esistenza, in cui tutto è ordinato verso Dio, senza disprezzo del corpo, senza esaltazione dell’impresa.
La Regola, una sapienza della misura
La Regola di san Benedetto colpisce anzitutto per la sua moderazione. Benedetto rifiuta la fascinazione per mortificazioni spettacolari. Diffida dell’ascesi che nutre l’orgoglio. Sa che il lungo periodo è il grande giudice della spiritualità. Una regola che può essere vissuta solo da eroi non è una regola per una comunità durevole. Al contrario, Benedetto propone un cammino praticabile, esigente senza essere disumano, fermo senza schiacciare. La Regola organizza la giornata attorno alla preghiera liturgica, alla lettura e al lavoro. La preghiera non è una semplice emozione: è fedeltà. Gli uffici ritornano, strutturano il tempo, trasformano la giornata in offerta. La lettura, in particolare della Scrittura, non è curiosità intellettuale: nutre l’anima, forma il giudizio, unifica lo spirito. Il lavoro, infine, non è un’appendice utilitaria. Diventa un luogo di obbedienza, di umiltà e di servizio. La mano e lo spirito non sono separati; la vita benedettina rifiuta la frattura tra contemplazione e realtà.
L’obbedienza benedettina, una libertà addomesticata
Ascoltare prima di agire
Nel pensiero di san Benedetto, l’obbedienza costituisce uno degli assi fondamentali della vita monastica, ma è accuratamente liberata da ogni comprensione riduttiva o autoritaria. Il termine stesso “obbedienza”, dal latino oboedire, significa anzitutto «prestare l’orecchio», «rendere attenzione». Prima di essere un atto esteriore, l’obbedienza è dunque un atteggiamento interiore, una disposizione dell’anima ad accogliere una parola che non viene da essa stessa. Questa primazia dell’ascolto illumina tutta la spiritualità benedettina, la cui prima parola della Regola è precisamente un invito ad ascoltare. Per Benedetto, l’obbedienza non è affatto una negazione della persona. Mira piuttosto a liberarla da una chiusura sottile ma distruttiva: l’autosufficienza. L’uomo consegnato alla sola volontà finisce per disperdersi, prigioniero dei suoi impulsi, delle sue paure e dei suoi desideri contraddittori. Nella tradizione monastica, l’orgoglio non è soltanto un vizio morale tra gli altri; è una frattura interiore. L’uomo orgoglioso non si rende più disponibile a ciò che lo supera. Non riceve più: si impone a se stesso come unica referenza. L’obbedienza benedettina appare allora come un esercizio di ricentramento. Accettando di non essere l’origine esclusiva delle proprie decisioni, il monaco impara a uscire dal soliloquio interiore. Si apre a una sapienza che lo precede, a una parola mediata dalla Scrittura, dalla Regola e dalla comunità. Questa obbedienza non è cieca, perché si iscrive in un quadro razionale e spirituale preciso. È orientata alla comunione, non alla cancellazione. San Benedetto è perfettamente consapevole dei rischi legati a ogni forma di autorità. Non sacralizza mai il potere in quanto tale. Per questo la Regola incornicia rigorosamente la funzione dell’abate. Questi non è presentato come un capo carismatico o un gestore efficace, ma come un padre spirituale investito di una grave responsabilità. Governare, nella prospettiva benedettina, significa rispondere davanti a Dio del cammino delle anime affidate. L’autorità diventa così un servizio esigente, esposto, che impegna la coscienza di chi lo esercita. Questa concezione protegge l’obbedienza da ogni deriva servile. Ricorda che l’autorità è legittima solo se ordinata al bene spirituale della comunità. L’abate deve a sua volta ascoltare, discernere, consultare, adattare. È tenuto a conoscere i suoi monaci, le loro forze e fragilità, ed esercitare un giudizio che coniughi fermezza e misericordia. Così, l’obbedienza benedettina non schiaccia la libertà: la educa, la purifica e la orienta.
La comunità come luogo di verità
L’obbedienza benedettina non può essere compresa fuori dal quadro comunitario. La vita monastica non è una giustapposizione di traiettorie individuali, ma un’esistenza condivisa, ordinata a una ricerca comune. Il monastero è concepito come una scuola di carità, cioè come un luogo in cui l’amore non si riduce a un’intenzione astratta, ma si verifica nelle relazioni concrete e quotidiane. La comunità confronta ciascuno con una realtà ineludibile: quella dell’altro. Le differenze di temperamento, le lentezze, le goffaggini, le tensioni inevitabili mettono alla prova gli ideali spirituali. È proprio lì che l’obbedienza acquista tutto il suo senso. Insegna a rinunciare all’illusione di una perfezione solitaria per entrare in una fedeltà incarnata. Sopportare i limiti altrui senza disprezzo, accettare di essere corretti senza irrigidirsi, riconoscere i propri torti senza messa in scena: tanti esercizi che plasmano un’umiltà concreta. Il monastero diventa così un luogo di verità, talvolta faticoso, ma profondamente formativo. Rivela ciò che ciascuno è realmente, al di là delle immagini che si fa di sé. In questa prospettiva, l’obbedienza non è uno strumento di controllo, ma un mezzo di pacificazione interiore. Aiuta il monaco a non assolutizzare le reazioni immediate, a lasciare tempo alla comprensione e al perdono. La stabilità, inseparabile dall’obbedienza benedettina, rafforza questa dinamica. Laddove l’uomo moderno è tentato di cambiare luogo, relazione o quadro non appena sopraggiunge la difficoltà, Benedetto introduce una disciplina della perseveranza. Restare, dimorare, attraversare le prove senza fuga diventa un atto spirituale maggiore. La stabilità obbliga a trasformare i conflitti in occasioni di crescita, le delusioni in cammini di maturità. In questo quadro, l’obbedienza appare come una libertà addomesticata, non come una libertà soppressa. Libera l’uomo dalla tirannia dell’istante e dall’isolamento interiore. Iscrivendosi in una comunità stabile, sotto un’autorità concepita come servizio, il monaco scopre una libertà più profonda, radicata nella verità dei propri limiti e nell’apertura all’altro. È questa sapienza esigente e realistica che conferisce all’obbedienza benedettina la sua forza durevole e la sua pertinenza oltre il chiostro.
La stabilità, fedeltà al luogo e fedeltà a se stessi
Un voto contro la fuga
Il voto di stabilità è uno dei tratti più originali della tradizione benedettina. Non si tratta semplicemente di restare in un monastero per ragioni amministrative. È una scelta spirituale: rinunciare alla tentazione permanente di ricominciare altrove, di credere che la salvezza si trovi sempre in un altro scenario. La fuga è un riflesso umano. Quando una relazione diventa difficile, quando una comunità rivela le nostre contraddizioni, quando la preghiera si inaridisce, l’uomo vuole cambiare aria. Benedetto, al contrario, insegna a «dimorare», non per inerzia, ma per trasformare il quotidiano in luogo di conversione. Questa stabilità è una scuola di maturità. Costringe ad attraversare le stagioni interiori, ad accettare la lentezza, a riconoscere che la trasformazione del cuore richiede tempo. In questo senso, è di una modernità sorprendente. In un mondo dominato dall’istantaneo, Benedetto riabilita il tempo lungo come spazio di guarigione.
Il quotidiano santificato
La santità benedettina non è una serie di eventi straordinari. È una fedeltà ordinaria. Si costruisce nella ripetizione degli uffici, nel lavoro compiuto senza mormorare, nella parola misurata, nella correzione ricevuta senza irrigidirsi. Questo approccio può sembrare umile, persino monotono, ma tocca un segreto profondo: l’uomo non è trasformato dall’eccezionale, ma dalla perseveranza. La grandezza di Benedetto è stata capirlo e iscriverlo in una regola.
Il lavoro, una partecipazione all’opera creatrice
Riabilitare l’attività umana
Nell’antichità, il lavoro manuale era spesso associato a una condizione servile. Il mondo romano valorizzava l’otium delle élite, la disponibilità per gli affari pubblici, la cultura, la filosofia, mentre lo sforzo fisico era relegato agli schiavi o alle classi inferiori. Il monachesimo benedettino, senza negare la nobiltà dello studio e della contemplazione, riabilita il lavoro come dimensione costitutiva della vita umana. Il monaco lavora non solo per essere autosufficiente, ma perché il lavoro, vissuto nella fede, diventa cooperazione all’ordine voluto da Dio. Questa intuizione ha avuto conseguenze immense. I monasteri hanno dissodato, coltivato, costruito, organizzato, trasmesso tecniche. Ma l’essenziale è spirituale: integrando il lavoro nella ricerca di Dio, Benedetto rifiuta una religione che disprezza il mondo concreto. La materia, il corpo, lo sforzo quotidiano vengono reintegrati in un orizzonte di senso.
Un’unità interiore
Il lavoro, nello spirito benedettino, non deve diventare frenesia. Benedetto non è un profeta della performance. Il lavoro è regolato sul ritmo della preghiera. Si iscrive nella misura. Preserva l’anima dall’illusione, perché chi lavora vede i propri limiti. Impara l’umiltà, perché la terra, l’attrezzo, il compito ripetitivo ricordano che l’uomo non è un puro spirito. E nello stesso tempo, questo lavoro, offerto, diventa preghiera silenziosa. L’unità della vita benedettina è qui: passare dall’oratorio all’officina senza dividersi.
La morte di Benedetto e la fecondità di un’opera
Una fine a immagine della vita
La tradizione racconta che Benedetto muore a Montecassino, dopo aver chiesto di essere portato all’oratorio, dove resta in piedi, sostenuto dai fratelli, e rende l’anima a Dio. Che si legga questo racconto come un dettaglio storico preciso o come una messa in scena agiografica, l’immagine è forte: Benedetto muore nella preghiera, circondato dalla sua comunità. La sua morte è in continuità con la sua vita: una fedeltà. Colpisce il fatto che Benedetto non lasci un’opera letteraria abbondante. La sua Regola è il centro. Eppure la sua influenza è immensa. Ciò mostra che la storia non dipende soltanto dai discorsi, ma dalle forme di vita. Benedetto ha proposto una forma. Questa forma ha portato frutto, non per costrizione, ma per la sua giustezza.
Una matrice per l’Europa
Dopo Benedetto, il benedettinismo si diffonde e diventa un’ossatura del Medioevo. I monasteri benedettini saranno focolai di preghiera, ma anche di cultura, di copia di manoscritti, di conservazione dei testi antichi e patristici. Accoglieranno i poveri, struttureranno territori, formeranno menti. Senza idealizzare, si può dire che il monachesimo benedettino ha contribuito a mantenere una continuità là dove la storia minacciava la frammentazione. La forza di questa tradizione risiede nel suo equilibrio. Sa riformarsi senza rinnegarsi. Sa attraversare crisi senza perdere l’essenziale. All’origine c’è Benedetto, non come una figura autoritaria che impone una disciplina fredda, ma come un padre spirituale che ha capito che la santità, per essere durevole, deve essere umana, e che l’uomo, per essere pienamente uomo, deve essere orientato verso Dio.
Le reliquie di san Benedetto: circolazione, conservazione e memoria storica
La sepoltura originaria e le prime traslazioni
Dopo la morte di san Benedetto da Norcia, avvenuta verso il 547 a Montecassino, la sua sepoltura divenne immediatamente un luogo di memoria per le prime comunità benedettine. Secondo l’antica tradizione, Benedetto fu sepolto nel monastero stesso che aveva fondato, vicino a sua sorella santa Scolastica, con la quale condivise un destino spirituale strettamente legato. Montecassino si impose così come il primo luogo di venerazione associato al fondatore del monachesimo occidentale. Nel corso dei secoli successivi, il contesto politico e militare dell’Italia centrale espose più volte il monastero a distruzioni e abbandoni temporanei. Questi periodi d’insicurezza favorirono, come altrove in Europa, le traslazioni di reliquie, destinate a preservare le spoglie dei santi e ad assicurare la continuità del loro culto. È in questo quadro che le fonti medievali collocano, nel VII secolo, una grande traslazione delle reliquie di san Benedetto verso la Gallia. L’abbazia di Fleury-sur-Loire, fondata poco prima e chiamata più tardi abbazia di Saint-Benoît-sur-Loire, ricevette allora le spoglie del santo. Questa traslazione, ampiamente attestata dalla tradizione monastica e liturgica, iscrisse durevolmente Fleury come uno dei principali centri benedettini d’Occidente. La presenza delle reliquie conferì al monastero un prestigio spirituale considerevole e contribuì al suo sviluppo intellettuale, economico e politico nel corso dell’alto Medioevo.
I grandi centri di conservazione delle reliquie benedettine
A partire dalla loro collocazione a Fleury, le reliquie di san Benedetto furono oggetto di una venerazione continua. La chiesa abbaziale di Saint-Benoît-sur-Loire divenne uno dei grandi luoghi di pellegrinaggio della cristianità medievale. Sovrani merovingi, carolingi e capetingi vi si recarono, affermando con la loro presenza il legame tra potere cristiano ed eredità benedettina. Fleury conservò per secoli la memoria materiale del santo attraverso reliquiari successivi e sistemazioni liturgiche volte a valorizzare la tomba venerata. Parallelamente, Montecassino rimase un luogo fondamentale della memoria benedettina. Anche dopo le distruzioni successive del monastero e le fasi di ricostruzione, la tradizione della tomba di san Benedetto continuò a esservi onorata. Montecassino conservò così una dimensione simbolica maggiore, come luogo di vita, di morte e di redazione della Regola. La coesistenza di questi due poli, Fleury e Montecassino, riflette la diffusione geografica e spirituale del benedettinismo fin dai primi secoli. Col tempo, reliquie secondarie o frammenti attribuiti a san Benedetto furono conservati anche in altri istituti monastici ed ecclesiastici, in particolare a Subiaco, luogo della sua prima esperienza eremitica, dove la memoria del suo soggiorno fu mantenuta da santuari e oggetti di venerazione. Roma stessa conservò reliquie associate al santo, soprattutto in basiliche e monasteri benedettini legati alla diffusione del suo culto. Nell’area germanica e alpina, alcune abbazie benedettine, come quelle di Reichenau, di Sankt Gallen o di Metten, conservarono anch’esse reliquie o oggetti di contatto legati a san Benedetto, ricevuti in occasione di fondazioni, donazioni o consacrazioni di altari. Questi elementi, integrati nella liturgia locale, contribuirono all’insediamento dell’ordine benedettino nei territori recentemente cristianizzati.
La funzione storica delle reliquie nel mondo benedettino
Le reliquie di san Benedetto non furono mai considerate semplici oggetti di devozione isolati. Svolsero un ruolo strutturante nella costruzione della memoria benedettina e nell’affermazione dell’identità dell’ordine. In un’epoca in cui il benedettinismo non possedeva un centro istituzionale unico, il riferimento al corpo del fondatore costituiva un potente punto di unità simbolica, collegando tra loro comunità disperse in tutta Europa. La presenza delle reliquie favorì anche la produzione di testi agiografici, cronache e racconti di traslazione, che contribuirono a fissare l’immagine di san Benedetto come patriarca del monachesimo occidentale. Questi racconti, diffusi negli scriptoria monastici, rafforzavano la coscienza storica delle comunità e iscrivevano la loro vita quotidiana in una continuità fondatrice. Sul piano politico e sociale, le reliquie ebbero un ruolo non trascurabile. La loro conservazione in abbazie prestigiose attirava doni, privilegi e protezioni, consentendo ai monasteri di compiere la loro missione spirituale, educativa e caritativa. I pellegrinaggi legati alle reliquie di san Benedetto contribuirono alla circolazione di uomini, idee e pratiche religiose su scala europea.
Attualità spirituale di san Benedetto
Una risposta alla dispersione moderna
Oggi san Benedetto parla ancora, proprio perché la nostra epoca conosce un’altra forma di crollo, più interiore che politico: la dispersione. L’uomo moderno è sollecitato senza sosta, catturato dall’immediato, pressato dall’urgenza, tentato dall’instabilità permanente. Lo spirito benedettino, con il suo senso del ritmo, della misura, del silenzio, della stabilità, appare come una medicina. Non promette una vita senza lotta, ma una vita unificata. Benedetto ricorda che la libertà non consiste nel seguire ogni desiderio, ma nel diventare capaci di scegliere il bene con costanza. Ricorda che l’intelligenza ha bisogno di nutrimento, che l’anima ha bisogno di silenzio, che il corpo ha bisogno di un lavoro giusto, e che la comunità è un luogo di santificazione, non un semplice scenario sociale.
Un santo per i chiostri e per il mondo
San Benedetto non è riservato ai monaci. La sua intuizione può ispirare chiunque cerchi una vita più profonda. Non si tratta di copiare un monastero in casa, ma di capire ciò che Benedetto ha posto al centro: un ordine interiore, un ascolto, una fedeltà alle piccole cose, un senso del tempo santificato. Dove l’epoca valorizza lo spettacolare, Benedetto insegna il quotidiano. Dove l’epoca adora l’istante, egli insegna la durata. Dove l’epoca confonde la libertà con l’assenza di legami, egli insegna una libertà che nasce da una disciplina scelta. In fondo, san Benedetto resta uno dei grandi maestri dell’equilibrio cristiano. Non separa preghiera e vita, anima e corpo, solitudine e comunità, autorità e servizio, lavoro e contemplazione. Il suo genio è stato proporre una via realistica ed esigente, non per pochi, ma per una comunità. Ed è per questo che la sua eredità continua, discretamente ma potentemente, a irrigare la memoria e il futuro dell’Occidente cristiano.
"Vita di san Benedetto" in Acta Sanctorum, Volume II, Éditions de la Société des Bollandistes, 1865.
"San Benedetto da Norcia: La Regola e l’eredità monastica" di Jean-Pierre Thiollet. Éditions du Cerf, 2004.
"San Benedetto: Fondatore dei Benedettini" in La vita dei santi di Alban Butler. Éditions de la Société des Bollandistes, 1756. Online (consultato il 24 agosto 2024).
"San Benedetto da Norcia e la Regola benedettina" in I monaci dell’Occidente di Dom Jean-Baptiste de La Croix. Gallimard, 2011.
"La Regola di san Benedetto e la sua influenza" in Revue des Études Monastiques, Volume 15, 1928. Éditions A. Colin, 1928.
"Le reliquie di san Benedetto: storia e venerazione" su Catholic Online
"San Benedetto e gli sviluppi dell’Ordine benedettino" in Les Archives des Saints, Éditions du Seuil, 1988.
2 commenti
Hola mi nombre es Sandra estoy tratando de conseguir una reliquia de san Benito es mi santo que elegido y es que san Benito intercedió por mí y hizo el milagro.
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Thank You
Tony B.