Jenny Haniver, créature des cabinets de curiosités-RELICS

Jenny Haniver, creatura dei gabinetti delle curiosità

In fondo ai porti, negli angoli umidi dei mercati del pesce, in certe botteghe dimenticate lungo i moli di Bruges, Lisbona o Anversa, nei recessi ombrosi dei vecchi musei di provincia o, meglio ancora, dietro le vetrine scricchiolanti di veri gabinetti delle curiosità, si trovano talvolta strane creature, a metà strada tra un diavolo marino e una gargolla gotica. Sono le Jenny Haniver.
Né del tutto naturali né del tutto artificiali, sembrano essere fuggite da un incubo barocco. Dall’esoterismo degli alchimisti alla scienza balbettante dei naturalisti, hanno affascinato, spaventato e più d’una volta ingannato.

 

Jenny Haniver

Jenny Haniver su relics.es

 

Una chimera tra mare e mito

Le Jenny Haniver sono “oggetti” realizzati a partire da carcasse di razze (talvolta di altri pesci cartilaginei), abilmente essiccate, tagliate, scolpite, rimodellate e poi indurite al sole o con altri procedimenti. La loro forma finale evoca più spesso creature umanoidi, demoni marini, draghi scheletrici, sirene dannate o feti mostruosi. Lo sguardo si confonde nel contemplarle. È una bestia? È un artefatto? Un essere fossilizzato? Un orrore emerso dall’abisso?

Le prime testimonianze delle Jenny Haniver risalgono al XVI secolo, un’epoca in cui il mondo conosciuto si allargava ogni giorno sotto le vele delle caravelle, e in cui le creature riportate dai confini oceanici trovavano posto nell’immaginario tanto quanto nei forzieri. I porti del Mare del Nord, come Anversa, Amsterdam o Bruges, furono i primi teatri della loro apparizione. Fu lì, nelle retrobotteghe dei tassidermisti, in fondo ai mercati vischiosi, nelle capanne dei pescatori e nelle osterie dubbie, che i primi esemplari furono plasmati — a volte per gioco, a volte per malizia, a volte per un sincero slancio di meraviglia naturalistica.

La loro popolarità raggiunse l’apogeo tra XVII e XVIII secolo, proprio mentre l’Europa colta entrava nell’età d’oro dei gabinetti delle curiosità, veri microcosmi barocchi concepiti per contenere tutto il mistero della creazione. La Jenny Haniver, nella sua forma grottesca e ambigua, vi trovava un scrigno perfettamente adeguato alla sua stranezza. Incarna al contempo l’orrore del vuoto (horror vacui), la fascinazione per il mostruoso e l’ossessione tipica dell’epoca per la classificazione dell’inafferrabile.

 

jenny haniver

 

Era un tempo di sapere ancora intriso di meraviglia, in cui i confini tra la scienza nascente, l’arte figurativa, le tradizioni occulte e le frodi dichiarate erano di una sconcertante permeabilità. Uno stesso erudito poteva compilare un trattato di mineralogia, studiare feti malformati e interrogarsi sulla veridicità di una sirena conservata nella formalina. In questo clima intellettuale torbido, la Jenny Haniver diventava insieme oggetto di studio, pezzo di teatro anatomico e icona soprannaturale.

Nelle vetrine sovraccariche di queste camere del mondo, troneggiava spesso tra fossili ancora male interpretati (come ammoniti o ittiosauri scambiati per serpenti pietrificati), crani esotici venuti dall’Africa o dall’America, corni di unicorno (in realtà zanne di narvalo accuratamente lucidate), pietre bezoari strappate all’intestino dei ruminanti, manufatti di civiltà sconosciute o supposte, e feti mostruosi conservati in barattoli d’alcool che affascinavano tanto quanto ripugnavano.

Ma la Jenny Haniver non si accontentava di essere un semplice oggetto tra gli altri. Resisteva all’interpretazione, persino per i naturalisti più rigorosi. A differenza delle pietre o dei manufatti, sembrava abitata, fissava talvolta il visitatore con una strana immobilità. Alcuni la credevano un demone, altri una chimera fuggita da un bestiario medievale, altri ancora vi vedevano una prova tangibile che gli abissi marini pullulassero di specie ancora sconosciute — o maledette.

Così, nei gabinetti di curiosità, la Jenny Haniver era più di un artefatto: era una porta socchiusa sull’impossibile. La sua stessa ambiguità — né totalmente naturale né completamente plasmata — ne faceva il simbolo perfetto dell’epoca barocca, avida di meraviglie, contraddizioni e segreti.

 

Jenny Haniver

Jenny Haniver su relics.es

 

 

L’origine del nome: dall’inglese al gergo da banchina

Il nome misterioso di Jenny Haniver non sfugge all’ambiguità che avvolge la creatura stessa. Sembra essere, secondo le fonti più plausibili, il frutto di una progressiva deformazione linguistica, nata sui moli, nelle taverne e nelle logge del pesce, dove le lingue si scontrano e le parole nascono tanto in fretta quanto si dimenticano. La spiegazione più spesso accolta è quella di una corruzione fonetica di «Jeune d’Anvers» — in un inglese approssimativo o in Cockney slang, “Jenny Haniver” diventerebbe così un’eco distorta di “young of Antwerp” o di “Anversienne”, in riferimento ai numerosi esemplari venduti in quella città-portuale crocevia dei mondi nordico, iberico e coloniale.

Altre ipotesi evocano una contrazione di “Geneva and Antwerp”, unendo due centri del commercio marittimo, o ancora un soprannome femminile generico — Jenny — usato come equivalente inglese delle nostre “Nina” o “Mimi”, appiccicato a qualunque cosa strana o esotica dotata di tratti vagamente antropomorfi. In questo contesto, “Jenny Haniver” potrebbe benissimo essere stato in origine un nomignolo canzonatorio, dato dai marinai a una creatura che, da lontano, ricordava una donna contorta, deforme o dannata.

Ma là dove l’etimologia si annebbia, il simbolismo si chiarisce. La stessa imprecisione del nome è gravida di senso: come se questa creatura rifiutasse di essere nominata chiaramente, come se appartenesse a quella categoria di cose che il linguaggio coglie solo a metà. Il fatto che la sua denominazione nasca nella bocca ruvida dei marinai, tra imprecazioni, risate sguaiate e superstizioni marine, contribuisce a velarla di un fitto mistero linguistico, quasi mitologico.

 

jenny haniver

Museum of the Weird, Texas

 

Non è casuale nemmeno che il suo nome suoni al tempo stesso familiare e inquietante. “Jenny”, nome femminile comune, evoca qualcosa di umano, vicino, quasi tenero; ma “Haniver”, ruvido, secco, quasi germanico o fiammingo, suggerisce l’alterità, l’altrove, la dislocazione fonetica. È un nome che oscilla tra tenerezza ed estraneità, tra porto e abisso. Si potrebbe quasi credere che sia il nome di una sirena bandita, una creatura che gli uomini hanno riportato a terra ma che, per vendetta, ha corrotto perfino il proprio nome.

Questa resistenza alla classificazione, percepibile già dall’etimologia, è peraltro emblematica della Jenny Haniver stessa. Non rientra in alcuna tassonomia chiara. Né totalmente naturale, né del tutto artificiale. Né interamente umana, né strettamente animale. E il suo nome, come la sua forma, sfugge alle consuete griglie del sapere. Sfugge al vocabolario come sfugge alla scienza, alla stregua delle altre meraviglie esposte nei gabinetti delle curiosità, dove l’incomprensibile è un argomento di valore e l’indefinito è il sigillo del fascino.

Le Jenny Haniver: tra impostura e arte macabra

A prima vista sarebbe facile — quasi rassicurante — relegare le Jenny Haniver al rango di imposture marine, collocandole fra i numerosi artefatti dubbî che pullulavano nei porti mercantili e nelle fiere di paese: sirene cucite con teste di scimmia e code di pesce, draghi di cartapesta, feti contraffatti, unicorni d’avorio di tricheco. Il loro aspetto strano, la composizione ibrida, il metodo artigianale di fabbricazione e la diffusione popolare depongono a favore dell’interpretazione fraudolenta. È vero che molti curiosofili — nobili, chierici o collezionisti borghesi — si lasciarono sedurre (o abbindolare) da queste chimere essiccate. Furono vendute come reliquie autentiche di creature favolose, pezzi unici venuti dagli abissi o trofei miracolosi di un mondo ancora sconosciuto.

Ma ridurre le Jenny Haniver a un semplice raggiro sarebbe un errore di prospettiva. Vorrebbe dire dimenticare che l’Europa dal XVI al XVIII secolo si muoveva in un clima intellettuale ed estetico in cui il falso, il dubbio, il magico, il naturale, lo scientifico e il grottesco non erano mutuamente esclusivi, ma spesso interconnessi. Ciò che oggi chiamiamo “frode” era talvolta percepito allora come teatralizzazione del reale, o come tentativo simbolico di ordinare il caos del vivente.

 

jenny haniver

 

In questo senso, le Jenny Haniver non sono soltanto oggetti fraudolenti: sono manifestazioni materiali di un immaginario barocco, interpretazioni libere delle forme naturali spinte al parossismo. Rientrano in quella tradizione in cui l’uomo, di fronte all’immensità del mare e delle sue creature sconosciute, sceglie di plasmare egli stesso i mostri che non riesce a catturare — come per dare forma al mistero, o alla paura.

Bisogna ricordare che a quell’epoca il sapere non si separava dallo stupore, né la verità dall’apparenza. Il mondo era un vasto libro cifrato, in cui ogni conchiglia, ogni osso, ogni feto malformato, ogni fossile enigmatico costituiva una lettera in codice. Lo studioso, non meno del poeta o del teologo, era un lettore di segni. E in questa lettura del mondo, la Jenny Haniver agisce come un ideogramma del mostruoso, una calligrafia dell’invisibile.

Per la sua forma vagamente umana — ali rinsecchite, testa rattrappita, tronco retratto — rimanda alle figurazioni demoniache dei margini medievali, quei draghi metà uomo e metà bestia miniati nei manoscritti dell’Apocalisse. Per la sua consistenza cartilaginea e lo sguardo vacuo, ricorda le creature infernali dei sogni alchemici, o le bestie marine disegnate da cartografi che avevano sentito parlare di mostri senza averne mai visto uno. Convoca un intero versante dell’iconografia del meraviglioso terrificante, tra le sirene di Dante e le visioni di Hieronymus Bosch.

Così la Jenny Haniver diventa un geroglifico dell’abisso: non pretende di riprodurre fedelmente un essere reale, ma di evocare, simbolizzare, provocare. Serve da supporto alla proiezione: lo sguardo dello spettatore vi vede ciò che vuole — demone, sirena, feto, drago, anima dannata, mostro d’incubo o residuo del peccato originale.

In tal modo, supera lo statuto di impostura: diventa opera d’arte macabra, poema di carne pietrificata, totem ambiguo di un mondo in cui le certezze vacillano. Non insegna la zoologia, ma il capogiro, quella strana emozione nata dal dubbio tra naturale e soprannaturale, tra animale e uomo, tra vero e inventato.

È proprio nei gabinetti delle curiosità che questi oggetti trovano la loro piena funzione simbolica. Lì, circondate da ossa, conchiglie improbabili, vegetali insoliti e automi in miniatura, le Jenny Haniver diventano specchi del disordine cosmico, figure del caos domato, poste in una vetrina come si chiude una febbre in una fiala.

Dunque no, la Jenny Haniver non è un semplice falso. È molto di più: un ex voto del dubbio, un talismano dell’incertezza, una risposta grottesca al terrore ispirato dall’ignoto.

 

jenny haniver

 

Un posto d’onore nei gabinetti delle curiosità

Il successo delle Jenny Haniver nei gabinetti delle curiosità europei non deve nulla al caso né al semplice richiamo del grottesco. Affonda le radici in una logica estetica, simbolica e ontologica propria dello spirito del Rinascimento e del Barocco, in cui la comprensione del mondo non passava per un’analisi fredda e segmentata, ma per la collezione fervente delle meraviglie. Questi gabinetti — principeschi, ecclesiastici o borghesi — erano veri teatri del mondo, condensazioni del cosmo dove l’uomo cercava di ricostruire l’ordine o il disordine della creazione in uno spazio chiuso.

I gabinetti delle curiosità, al loro apice nel XVII secolo, riunivano in un unico luogo i mirabilia (oggetti straordinari), i naturalia (prodotti della natura), gli artificialia (oggetti creati o trasformati dall’uomo), i scientifica (strumenti d’osservazione) e gli exotica (manufatti riportati dalle colonie o da terre lontane). Le Jenny Haniver, creature né del tutto naturali né interamente artificiali, scivolavano con sconcertante facilità in più categorie allo stesso tempo.

In particolare incarnavano una singolare forma di naturalia deviati: prodotti della natura, ma alterati in modo da rivelare la latente stranezza del vivente. Così facendo, non erano soltanto curiosità biologiche, ma oggetti di pensiero. Come i reliquiari gotici che magnificano l’osso rivestendolo d’oro, le Jenny Haniver trasformano una carcassa in enigma, un cadavere in messaggio cifrato.

In una vetrina, tra una mummia amerindia, un feto bicefalo conservato nello spirito di vino, un braccio di santo nel suo ostensorio, un globo celeste e un uovo di struzzo inciso, la Jenny Haniver attirava immancabilmente lo sguardo del visitatore. La sua forma semiumana, le ali raggrinzite, il muso contratto in una smorfia di dannazione, suscitavano fascino quanto disagio. La si osservava a lungo, incerti di ciò che si stava vedendo. Era un mostro, un angelo caduto, un feto del diavolo? Era nata così, o era stata plasmata da una mano umana perversa?

Questo turbamento della percezione costituiva precisamente il suo potere. A differenza di una semplice conchiglia o di una pietra preziosa, la Jenny Haniver metteva in crisi le categorie del sapere. Domandava: cos’è la vita? Dove finisce il naturale? Chi ha il diritto di nominare? Spostava lo spettatore dalla semplice contemplazione alla perplessità. Disorientava l’erudito tanto quanto l’ignorante, il che ne faceva un pezzo altamente prezioso nell’economia simbolica delle collezioni curiose.

Ma la Jenny Haniver non si limitava a scuotere le certezze zoologiche: provocava anche emozioni rituali, echi religiosi o demonologici. Per alcuni era un talismano contro le forze oscure, un essere marino catturato, fissato e neutralizzato dal sale e dalla luce. Per altri rappresentava la manifestazione tangibile del male, la traccia di una forma di vita proibita, di un patto stretto con l’abisso.

Si raccontano così diverse campagne di esorcismo, in particolare in alcune regioni della Bretagna, della Sicilia o della Boemia, dove sarebbe stata ritrovata, nascosta in una soffitta, una Jenny Haniver appesa come un pipistrello essiccato, sospettata di aver causato malattie, sventure o persino possessioni demoniache. Si dice fosse stata celata lì da un pescatore, uno stregone o una guaritrice, come reliquiario di uno spirito prigioniero.

Si sa anche che, in certi periodi, predicatori itineranti le mostravano nei loro sermoni come prova del castigo di Dio: “Ecco cosa producono la lussuria, la corruzione, l’abbandono delle leggi naturali.” In altri momenti, furono ciarlatani a presentarle come feti di sirene o di draghi, venduti come rimedi magici o ingredienti alchemici. Alcuni alchimisti sostenevano che, immersa in una soluzione di mercurio e sale, una Jenny Haniver potesse attrarre lo spirito del mare o rivelare segreti nascosti.

Così, la sua funzione nei gabinetti delle curiosità andava ben oltre la semplice ornamentazione. Era catalizzatore di racconti, veicolo di miti, punto di convergenza tra scienze naturali e narrazioni occulte. In quel luogo dove si conservavano tanto frammenti di meteorite quanto denti di giganti o manoscritti di alchimia, stabiliva un legame tra visibile e invisibile, tra mare e spirito, tra corpo e simbolo.

In breve, la Jenny Haniver non era un oggetto congelato in una vetrina. Era un rituale muto, un enigma incarnato, una reliquia senza religione. Per questo resta ancora oggi un pezzo emblematico di ogni gabinetto delle curiosità degno di questo nome.

 

jenny haniver

 

Criptide o artefatto? Un confine sfumato

Uno degli aspetti più inquietanti — e affascinanti — delle Jenny Haniver risiede nel loro elusivo status ontologico. Sono creature naturali alterate dalla mano dell’uomo? Artefatti artistici? Scherzi marinari? Oppure veri esemplari criptozoologici, sfuggiti al folklore per incarnarsi nella carne essiccata di un pesce sconosciuto? Questa incertezza, questo sfocato volutamente mantenuto tra reale e fabbricato, costituisce precisamente il cuore pulsante della loro fascinazione.

Nella tassonomia moderna, una criptide è una creatura la cui esistenza è presunta ma non dimostrata scientificamente: il mostro di Loch Ness, lo yeti, il Chupacabra o il Mokélé-Mbembé. Nascono ai margini del sapere, nei racconti popolari, nelle tradizioni orali. Ma le Jenny Haniver esistono fisicamente. Sono palpabili, visibili, commerciabili. Questo paradosso le rende criptidi invertite: non creature che si tenta disperatamente di ritrovare, ma forme già presenti, di cui non si sa se siano nate o fabbricate.

In alcune regioni del mondo, questa ambiguità non è sciolta — anzi, è coltivata attivamente. Nel Golfo del Messico, ad esempio, le Jenny Haniver sono note come “diavoletti di mare” (sea devils o diablillos marinos). Molti pescatori vi credono ancora sinceramente. Si riferiscono casi in cui la scoperta di uno di questi esemplari in una rete bastava a scatenare il panico a bordo: alcuni rifiutavano di continuare a pescare, altri li gettavano in mare con preghiere o offerte. Si racconta perfino che certe barche furono abbandonate dopo che vi fu trovata una Jenny Haniver, tanto nefasta ne era giudicata la presenza.

In Giappone, dove il folklore marittimo è di una ricchezza ineguagliata, le Jenny Haniver sono state talvolta assimilate agli yōkai, quegli spiriti soprannaturali polimorfi e spesso maliziosi. Alcuni vi vedono ningyo mummificati — le famose “sirene” giapponesi, creature metà donna e metà pesce, ritenute apportatrici di benedizione eterna o di rovina assoluta secondo il trattamento ricevuto. In certe famiglie, misteriose creature essiccate sono state venerate come reliquie, poi tramandate di generazione in generazione, chiuse in cofanetti, coperte di iscrizioni cabalistiche.

Anche nel vecchio mondo europeo, le Jenny Haniver furono a lungo percepite come frammenti reali del mondo invisibile. Esemplari furono esposti come draghi neonati nelle Wunderkammern germaniche, come sirene catturate nei musei privati della nobiltà italiana, o come demoni fossilizzati in chiese rurali dove servivano a edificare i fedeli sui pericoli del peccato. Si attribuivano loro origini esotiche: Abissinia, Amazzonia, Groenlandia o persino le profondità dello Stige.

Il naturalista Ulisse Aldrovandi, nei suoi trattati del XVI secolo, documenta creature molto simili a ciò che oggi riconosciamo come Jenny Haniver. Le disegna, le descrive, tenta di comprenderne la natura. Ma neppure lui — uomo di scienza, classificatore ossessivo — decide mai del tutto. Lascia aleggiare il dubbio. Constata, osserva, nomina… ma non condanna. È proprio questo dubbio a conferire a questi oggetti la loro potenza simbolica e intellettuale.

In fin dei conti, è qui che risiede tutto il fascino velenoso — e tutto l’orrore raffinato — delle Jenny Haniver: hanno giusto abbastanza struttura, simmetria e somiglianza col vivente da far esitare lo spettatore. Si tratta di un feto malformato? Di un piccolo demone pietrificato? Di un pesce posseduto? O semplicemente di una razza sagomata da una mano abile? Si oscilla di continuo fra ingenuità meravigliata e sospetto inorridito.

In un gabinetto delle curiosità, questa incertezza non è una debolezza: è un pregio fondamentale. Poiché questi luoghi non cercano di dare risposte, ma di provocare interrogativi, destabilizzare le categorie, interrogare la natura del mondo. Una Jenny Haniver non è lì soltanto qualcosa da guardare: è una domanda materializzata, una sfinge senza enigma esplicito, la cui mera presenza mette in crisi i nostri istinti di classificazione.

Così, la Jenny Haniver sfugge alla dualità classica di vero e falso. Fluttua tra i mondi, come le creature marine che evoca. È insieme criptide mitologica e oggetto fabbricato, artefatto d’officina e testimone di un altro ordine naturale, inganno artigianale e rivelazione poetica. È il figlio deforme del sogno e della materia.

E nel contesto del gabinetto delle curiosità, quello spazio in cui i confini tra natura, artificio e miracolo sono deliberatamente sfumati, il dubbio che genera vale più di qualunque certezza. Perché in quel teatro dotto del bizzarro, brilla l’indecidibile, affascina il vago, è il mostro a interrogare. E sotto questo aspetto, la Jenny Haniver è forse la criptide perfetta: non quella che si cerca nei boschi o nei laghi, ma quella che abbiamo già davanti agli occhi — senza mai osare del tutto crederci.

Alchimia, stregoneria e Jenny Haniver

Al di là della loro funzione ornamentale, le Jenny Haniver hanno anche una dimensione esoterica. In certi grimori o tradizioni occulte, venivano usate come talismani di protezione, oggetti di divinazione o persino come reliquie demoniache.

Alcuni alchimisti pensavano che potessero servire da ricettacoli per spiriti elementali, in particolare quelli dell’acqua. Il fatto che fossero create a partire dalla razza, pesce poco apprezzato a tavola e spesso associato a forme bizzarre, accresceva la loro reputazione occulta.

Altre tradizioni attribuiscono loro poteri di maledizione, o le collocano tra gli oggetti che le streghe nascondevano nelle case per gettare il malocchio. Le loro forme torturate, lo sguardo fisso, le ali di cuoio evocano pienamente le imagini infernali.

Le Jenny Haniver oggi: tra folklore e arte contemporanea

Se i gabinetti delle curiosità conobbero il declino con l’avvento dei musei scientifici moderni, il rinnovato interesse per lo strano, il barocco e il “criptido” ha ridato vita a queste creature.

Alcuni artisti contemporanei (come Thomas Grunfeld, Mark Dion o, in Francia, i creatori di tassidermia surreale) fabbricano proprie versioni delle Jenny Haniver, talvolta con altri materiali, talvolta a partire da resti sintetici. Le inseriscono in installazioni dove la scienza si mescola all’orrore, all’ironia, al gotico.

Tassidermisti d’avanguardia, al crocevia tra gabinetto delle curiosità e arte morbosa, proseguono questa strana tradizione in cui si modella la natura per rivelare visioni interiori.

Jenny Haniver e cultura popolare: da Lovecraft a Pokémon

Non è un caso che il design di molte creature di finzione — nei videogiochi, nei film horror, nella letteratura fantastica — richiami le linee nodose e gli arti flaccidi delle Jenny Haniver. Pokémon come Bouffalant, Relicanth o Dhelmise ricordano lo spirito di queste creature non-morte emerse dagli abissi.

Nell’universo di H. P. Lovecraft, dove le creature marine sono spesso tentacolari, informi, semiumane e dotate di un simbolismo religioso rovesciato, si può facilmente scorgere una parentela estetica con le Jenny Haniver.

Ancor più: alcuni falsi documentari criptozoologici hanno utilizzato immagini di Jenny Haniver per illustrare “sirene ritrovate”, giocando sul loro aspetto semi-credibile, semi-mostruoso.

Collezionare una Jenny Haniver: istruzioni per l’uso

Lungi dall’essere soltanto artefatti da museo, le Jenny Haniver sono ancora oggi oggetto di collezione. Alcuni commercianti specializzati — spesso gli stessi che vendono crani umani, insetti incorniciati o oggetti medici antichi — ne propongono.

Attenzione però: le autentiche Jenny Haniver devono essere identificate con cura. Un buon pezzo è ben essiccato, senza tracce di muffa, con una simmetria inquietante e una forma vagamente umanoide. Le più ricercate sono quelle che evocano chiaramente un piccolo demone, una gargolla o una creatura embrionale.

Il loro prezzo varia in funzione della qualità, rarità e provenienza. Ma, in fondo, non è l’oggetto in sé a fare il valore: è il brivido che provoca, quella sensazione di aprire una porta verso l’inspiegabile.

Conclusione: perché le Jenny Haniver ancora affascinano?

In un mondo in cui tutto è analizzato, classificato, spiegato, le Jenny Haniver rappresentano una zona grigia, un interstizio poetico tra reale e mitologico. Catturano qualcosa di essenziale dello spirito umano: il desiderio di credere nell’esistenza di un al di là del naturale, di un ordine nascosto, di un mistero irriducibile.

Sono il riflesso di un mondo in cui si poteva ancora pensare che sirene nuotassero sotto le chiglie, che draghi dormissero nelle cavità marine e che i pesci potessero mentire.

Per gli appassionati di gabinetti delle curiosità, sono una chiave simbolica. Non perché rivelino una verità, ma perché pongono una domanda permanente: che cosa separa l’artificio dal reale? E se la stranezza, in fondo, fosse la vera essenza della natura?

Torna al blog

Lascia un commento

Si prega di notare che, prima di essere pubblicati, i commenti devono essere approvati.